Il giorno in cui una piccola flotta americana si trovò davanti alla più grande potenza navale giapponese . hyn
“Il giorno in cui una piccola flotta americana si trovò davanti alla più grande potenza navale giapponese”
Alle 6:37 del mattino del 25 ottobre 1944, al largo dell’isola di Samar, nel mezzo della battaglia del Golfo di Leyte, il mare era ancora avvolto dalla luce incerta dell’alba. Per le navi della Task Unit 77.4.3, conosciuta come “Taffy 3”, quella doveva essere una mattina di routine: pattugliamenti, supporto aereo ravvicinato, operazioni di protezione alle forze da sbarco americane nelle Filippine.
Ma qualcosa, all’orizzonte, non tornava.
Un osservatore a bordo della USS Fanshaw Bay vide prima solo sagome scure, poi forme sempre più definite. Non erano mercantili, né formazioni amiche. Erano navi da guerra. E non poche. Pagode di sovrastrutture, profili massicci, linee che non lasciavano spazio a dubbi: una flotta giapponese stava emergendo dalla direzione del Mare delle Filippine.
In pochi istanti, la realtà si fece chiara. Davanti a Taffy 3 non c’era una pattuglia nemica, ma una delle forze navali più potenti ancora operative dell’Impero giapponese: la Center Force dell’ammiraglio Imperial Japanese Navy Center Force, guidata da Takeo Kurita. Corazzate, incrociatori pesanti, incrociatori leggeri e cacciatorpediniere avanzavano in formazione compatta. Tra loro, la più temuta: la corazzata Yamato (battleship), la più grande nave da guerra mai costruita.
Per gli uomini di Taffy 3, la sproporzione era immediata e devastante. Sei piccole portaerei di scorta, tre cacciatorpediniere e quattro unità di scorta contro una flotta pensata per annientare intere squadre navali. Le loro navi non erano progettate per il combattimento di superficie. Erano lente, leggere, costruite per l’appoggio aereo e la guerra antisommergibile. I loro aerei, in quel momento, erano armati per missioni di supporto terrestre o carichi di bombe leggere.
Non per affrontare corazzate da 70.000 tonnellate.
Eppure, la battaglia iniziò comunque.
Le prime salve giapponesi si alzarono nel cielo del Pacifico come colonne d’acqua colorate. I proiettili cadevano intorno alle navi americane, non ancora colpite direttamente, ma già circondate da un fuoco di registrazione. Ogni esplosione era un segnale: il tiro si stava aggiustando. Ogni minuto in più significava avvicinarsi a una precisione letale.
Il piano giapponese era semplice nella sua brutalità: distruggere le unità leggere americane e aprire la strada verso il Golfo di Leyte, dove centinaia di navi da sbarco e rifornimento erano ancora ancorate, con oltre 130.000 soldati a terra. Se la Center Force fosse riuscita a passare, l’intera operazione americana nelle Filippine avrebbe rischiato il collasso.
Ma quella mattina qualcosa andò diversamente da quanto previsto.
Il comandante di Taffy 3, l’ammiraglio Clifton Sprague, capì immediatamente che non avrebbe ricevuto rinforzi in tempo. Le unità pesanti della flotta americana erano lontane. Le corazzate di supporto erano impegnate altrove. Nessuno stava arrivando.
Di fronte a lui, solo mare aperto e una decisione impossibile.
Fu allora che iniziò una delle resistenze più disperate della guerra navale nel Pacifico.
I cacciatorpediniere americani, tra cui la USS Johnston, si staccarono dalla formazione. Piccole sagome contro mostri d’acciaio. Non avevano la potenza per vincere uno scontro diretto, ma avevano velocità, agilità e soprattutto una scelta: colpire comunque.
I loro cannoni da 127 mm sparavano proiettili da poche decine di chili. Le corazzate giapponesi rispondevano con granate da oltre una tonnellata e mezzo. Ogni confronto era una disparità assoluta, matematica.
Eppure le navi americane si avvicinarono.
Gli aerei decollarono dalle portaerei di scorta, molti armati con bombe inadatte al combattimento navale. Alcuni piloti attaccarono comunque, lanciandosi contro navi molto più grandi, costringendo i giapponesi a manovrare e rompere la formazione. Il mare si riempì di fumo, esplosioni, rottami e onde d’urto.
Nel mezzo di quel caos, la USS Johnston del comandante Ernest E. Evans cambiò direzione e si lanciò direttamente verso la linea giapponese.
Non era una manovra difensiva. Era un attacco.
Sapeva che non avrebbe potuto vincere uno scontro diretto contro incrociatori e corazzate. Ma poteva creare confusione. Poteva guadagnare tempo. Poteva costringere il nemico a reagire.
E in guerra, anche pochi minuti possono cambiare tutto.
Quella mattina, al largo di Samar, la battaglia non fu solo uno scontro tra navi. Fu uno scontro tra logiche: la potenza contro la disperazione organizzata, la superiorità tecnica contro la volontà di resistere.
E mentre il mare si riempiva di fumo e acqua esplosa, una cosa diventò chiara: la guerra nel Pacifico non era mai stata così sbilanciata… eppure, non era ancora finita. 🕯️




