Gli Inglesi Lo Deridevano — Finché il Suo Vecchio Cacciatorpediniere Non Li Spazzò Via. hyn

Il Mediterraneo 1940. Le acque blu cobalto nascondono segreti che presto si trasformeranno in leggenda. Mentre l’Europa brucia sotto il fuoco della guerra, c’è una nave che tutti considerano una reliquia del passato, un cacciatorpediniere vecchio, consumato dal sale e dal tempo, che giace ormeggiato nel porto di Taranto, come un leone ferito che aspetta la sua ultima battaglia.
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Gli ufficiali della Reggia Marina passano accanto a lei scuotendo la testa. I marinai la guardano con pietà e gli inglesi? Gli inglesi ridono. Il comandante Alessandro Bianchi cammina lungo la banchina con passo lento, le mani dietro la schiena. A 45 anni il volto segnato da 20 anni di servizio in mare. Lo hanno chiamato nel suo ufficio tre giorni fa.
Bianchi gli hanno detto, che abbiamo un incarico per lei. Il tono non prometteva nulla di buono. Quando gli hanno mostrato quale nave avrebbe comandato, ha capito perché nessun altro ufficiale l’aveva accettata. Il cacciator pediniere Audace, costruito nel 1916, sopravvissuto alla Grande Guerra per miracolo, riparato più volte di quanto chiunque possa contare, una nave che dovrebbe essere già un museo, non un’unità da combattimento.
Ma Bianchi non è un uomo che si arrende. Guarda la nave dall’alto della banchina. La vernice grigia è scrostata. La sovrastruttura porta i segni di 25 anni di servizio duro. I cannoni sembrano appartenere a un’altra era. Eppure c’è qualcosa in quella nave, qualcosa che gli altri non vedono. Forse è solo un’illusione di un marinaio che ha passato troppo tempo in mare o forse è qualcosa di più profondo.
Una voce che sussurra attraverso il vento. Non è ancora finita. I marinai che gli hanno assegnato sono giovani, molti alla loro prima missione. Guardano il loro nuovo comandante con occhi pieni di domande non dette. Sanno cosa significa essere stati assegnati all’audace. Significa essere considerati sacrificabili. Significa che Supermarina non ha grandi aspettative.
Significa che quando le navi moderne salpano per le missioni importanti, loro rimarranno indietro a svolgere compiti secondari. Pattugliamento costiero, scorta di convogli minori, il lavoro che nessuno vuole fare. La sera prima della partenza Bianchi scende nelle viscere della nave. Il rumore dei suoi passi echeggia nelle strette scalette metalliche.
Nella sala macchine incontra l’ingegnere Capo, un veterano di nome Giuseppe Marini, con le mani perpetuamente macchiate di grasso e gli occhi stanchi ma attenti. Comandante, lo saluta con rispetto. Le ho preparato un rapporto sulle condizioni della nave. Bianchi prende il fascicolo di carte. Le pagine sono piene di note, diagrammi, problemi tecnici, caldaie che necessitano manutenzione costante, tubature che perdono, sistemi elettrici obsoleti.

Ma in fondo al rapporto scritto a mano in piccole lettere c’è una frase che fa fermare Bianchi, ma il cuore batte ancora forte. Quella notte, nel suo nuovo alloggio di comandante, Bianchi non riesce a dormire, ascolta i suoni della nave, il legno che scricchiola, il metallo che geme sotto il suo stesso peso, come un vecchio che respira con difficoltà, ma si rifiuta di arrendersi.
Sul tavolo ha una bottiglia di grappa e una fotografia della sua famiglia, moglie e due figli che non vede da 4 mesi. Si chiede se li rivedrà. Si chiede se questa vecchia nave sarà la sua tomba. Al porto di Malta, a centinaia di miglia di distanza, gli ufficiali della Royal Navy bevono nei loro circoli. Ridono e scherzano.
L’intelligence ha fornito loro i rapporti sulle navi italiane. Laudas, dice un giovane tenente leggendo il documento, un caccia torpediniere della Grande Guerra, ancora in servizio. Gli altri ridono. Gli italiani devono essere davvero disperati, commenta un altro. mandare in mare dei rottami. Non sanno che stanno ridendo della nave che presto diventerà il loro incubo.
Non sanno che quel vecchio cacciator pediniere sta per scrivere una delle pagine più straordinarie della guerra navale nel Mediterraneo. L’alba del giorno successivo arriva fredda e grigia. Bianchi sale sul ponte di comando. L’equipaggio è schierato. 70 uomini giovani che lo guardano aspettando ordini.
Lui li osserva uno per uno, vede la paura nei loro occhi, ma vede anche qualcos’altro, determinazione, orgoglio, la stessa cosa che sente dentro di sé. Signori, dice con voce ferma che porta attraverso il vento, ci hanno dato una nave che tutti considerano finita. Ci hanno affidato un compito che nessun altro vuole. Ma io vi dico questo: questa nave ha un’anima e noi le daremo una nuova vita.
Le cime vengono mollate. Il vecchio cacciator pediniere si allontana lentamente dalla banchina. Le sue caldaie tossiscono fumo nero nell’aria del mattino, ma si muove. E mentre Taranto scompare dietro di loro, Bianchi sa che niente sarà più come prima. Il mare è una distesa infinita di blu scuro sotto un cielo plumbeo.
L’audace avanza lentamente, le sue eliche vecchie che spingono lo scafo attraverso le onde con un ritmo irregolare che fa vibrare tutta la struttura. Bianchi sta sul ponte di comando, il binocolo in mano, scrutando l’orizzonte. Sono passati tre giorni dalla partenza da Taranto, tre giorni di navigazione tesa con ogni uomo dell’equipaggio in costante allerta.
Le acque del Mediterraneo centrale sono un campo di battaglia dove ogni ombra potrebbe essere un nemico, ogni suono potrebbe essere l’ultimo che senti. La missione è semplice sulla carta, scortare un piccolo convoglio di due mercantili che trasportano rifornimenti vitali per le truppe in Libia, due navi mercantili lente e vulnerabili, protette solo dall’audace e da una vecchia torpediniera che naviga 200 m sulla loro sinistra.
è il tipo di missione che viene assegnata alle navi che non contano, ma per quegli uomini sui mercantili, per quei rifornimenti, è tutto ciò che hanno. Il giovane timoniere Giovanni Ferrara ha appena compiuto 20 anni. Le sue mani stringono il timone con una presa che rivela la sua tensione. Non ha mai visto il combattimento. Nessuno della maggior parte dell’equipaggio lo ha visto.
Sono ragazzi strappati alle loro famiglie, addestrati in fretta. mandati in mare su una nave che dovrebbe essere già in pensione. Ma quando guarda il comandante Bianchi, immobile come una statua, sente qualcosa crescere dentro di lui. Non è solo paura, è qualcosa di più complesso, rispetto, fiducia.
La radio gracchia improvvisamente. La voce metallica dell’operatore. Comandante supermarina segnala attività nemica nella zona. incrociatore leggero britannico e due cacciator pediniere avvistati 60 miglia a nordest rotta verso la nostra posizione. Il silenzio che segue è pesante come il piombo. Tutti sul ponte di comando hanno sentito.
Bianchi abbassa lentamente il binocolo. I suoi occhi non tradiscono emozione, ma dentro di lui la mente lavora a velocità frenetica. Un incrociatore leggero britannico contro l’audace sarebbe come un leone contro un cane vecchio e due cacciatorpediniere moderni in più è una condanna a morte. L’ufficiale in seconda il tenente Marco Salvatore si avvicina.



