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Il mistero di Peteano: la trappola invisibile che cambiò la storia

La sera del 31 maggio 1972 sembra una notte come tante nell’estremo nord-est d’Italia, a pochi passi dal confine con quella che allora era la Jugoslavia. Ma a Peteano, una frazione del comune di Sagrado (Gorizia), sta per consumarsi un evento che non solo spezzerà la vita di tre servitori dello Stato, ma segnerà indelebilmente la storia politica e giudiziaria italiana, diventando uno dei capitoli più inquietanti degli “Anni di Piombo”.

L’esca e la trappola

Tutto inizia con uno squillo di telefono. Alle 22:35, la centrale dei Carabinieri di Gorizia riceve una chiamata anonima. La voce dall’altro capo del filo segnala la presenza di una Fiat 500 bianca, abbandonata in una stradina di campagna, con due fori sul parabrezza che sembrano causati da colpi di arma da fuoco.

Una pattuglia si reca immediatamente sul posto. Sul luogo arrivano il brigadiere Antonio Ferraro (31 anni), i carabinieri Donato Poveromo (33 anni) e Franco Dongiovanni (23 anni), insieme al sottotenente Angelo Tagliari. La vettura è lì, apparentemente innocua. I militari iniziano le verifiche e decidono di ispezionare il mezzo. Il sottotenente Tagliari si siede al posto di guida per aprire il cofano anteriore (dove la Fiat 500 ha il bagagliaio) e aziona la leva.

Quello che i Carabinieri non sanno è che quella segnalazione è un’esca e l’auto è un’arma letale. Alla leva del cofano è agganciato un micro-interruttore collegato a un detonatore. Il bagagliaio è imbottito di esplosivo ad alto potenziale. Non appena la leva viene tirata, l’auto salta in aria. Ferraro, Poveromo e Dongiovanni, che si trovano esattamente davanti al cofano, muoiono sul colpo. Tagliari si salva per miracolo, protetto dalla portiera aperta dell’auto che funge da scudo, ma viene sbalzato a metri di distanza, riportando gravi mutilazioni e ustioni.


Il depistaggio: la caccia ai colpevoli sbagliati

Immediatamente dopo l’esplosione, la macchina delle indagini si mette in moto, ma prende subito una direzione totalmente errata, guidata da quello che si rivelerà uno dei più clamorosi depistaggi della storia d’Italia. Le prime indagini, condotte da settori deviati dello Stato e delle forze dell’ordine, tentano di attribuire la strage alla criminalità comune locale o all’estrema sinistra friulana.

Vengono arrestati e accusati sei giovani della zona, del tutto estranei ai fatti. Per anni, la verità viene deliberatamente coperta e manipolata, spostando l’attenzione lontano dai veri responsabili e creando una cortina di fumo fatta di falsi indizi e perizie truccate.


La svolta: Felice Casson e l’ombra di “Gladio”

La svolta decisiva arriva solo dieci anni dopo, nel 1982, grazie al coraggio e alla determinazione di un giovane magistrato veneziano, Felice Casson. Riaprendo i faldoni dell’inchiesta, Casson intuisce che le vecchie perizie sull’esplosivo erano state falsificate. Scopre che l’esplosivo utilizzato a Peteano non era materiale rudimentale, bensì C4, un potente esplosivo di tipo militare in dotazione esclusiva alle forze della NATO e nascosto nei depositi segreti dell’organizzazione clandestina anticomunista nota come “Gladio”.

Le indagini di Casson portano finalmente ai veri colpevoli: i militanti di Ordine Nuovo, un’organizzazione terroristica di estrema destra. L’esecutore materiale dell’attentato, Vincenzo Vinciguerra, confessa il crimine. A differenza di altri terroristi dell’epoca, Vinciguerra non cercherà mai sconti di pena o giustificazioni: dichiarerà apertamente di aver voluto colpire lo Stato attraverso i Carabinieri, denunciando al contempo come gli apparati di sicurezza dello Stato stesso avessero protetto lui e i suoi complici per garantire la continuazione della “strategia della tensione”.


Un’eredità di dolore e memoria

La strage di Peteano non è stata solo un fatto di sangue, ma la dimostrazione di come la violenza politica e le deviazioni istituzionali potessero intrecciarsi fino a sacrificare la vita di giovani innocenti. Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni erano tre ragazzi del Sud Italia, venuti a lavorare al Nord, con famiglie e sogni distrutti in pochi secondi da una violenza cieca e cinica.

Oggi, ricordare Peteano significa non solo onorare la Medaglia d’Argento al Valor Civile conferita a questi tre eroi, ma anche mantenere viva la vigilanza democratica su una delle pagine più complesse e dolorose della storia repubblicana.

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